I quattro Papi Anagnini:
Con il XII secolo la città ernica divenne uno dei luoghi di residenza dei papi itineranti. In Anagni i papi trovavano non solo rifugio, ma anche l’appoggio e la sicurezza necessari per condurre avanti lo scontro con l’impero. Adriano IV vi soggiornò per molto tempo, fino alla morte; Alessandro III, da Anagni condusse la lotta contro Federico I Hohenstaufen, il Barbarossa. Nella città, dopo la battaglia di Legnano, vinta dai comuni contro l’imperatore, si stipularono i preliminari dell’armistizio, il cosiddetto pactum anagninum, che sarà il primo passo del la pace di Venezia e degli accordi definitivi di Costanza.
Impercettibilmente il papato riformatore si legò al territorio che meglio e più di ogni altro lo proteggeva e l’anagnino Lotario Conti, salì al trono pontificio con il nome di Innocenzo III. Uomo di grandi capacità ed abilità, fine politico e grande diplomatico, proclamò la superiorità della Chiesa sopra tutte le altre potestà, intuì il valore delle novità in campo spirituale ed approvò la regola francescana. L’approvazione, secondo una diffusa tradizione, sarebbe avvenuta a seguito di un sogno avuto dal pontefice. L’episodio è ricordato negli affreschi giotteschi ad Assisi. Primo protettore dei francescani fu il cardinale Ugolino Conti, parente prossimo di Innocenzo III, e suo successore (dopo la parentesi di Onorio III) al soglio pontificio col nome di Gregorio IX. Anche costui proseguì il progetto politico di Innocenzo III e, acerrimo avversario di Federico Il, scomunicò l’imperatore dall’alto del seggio papale della cattedrale anagnina. Continuò a proteggere i francescani e canonizzò San Francesco, non trascurando, nel contempo, l’altro grande ordine mendicante, quello dei predicatori.
Ambedue gli ordini costruirono in Anagni i loro conventi, mentre Gregorio IX fu l’artefice della costruzione del Palazzo oggi detto di Bonifacio VIII.
Altro papa anagnino, sempre della famiglia Conti, fu Alessandro IV, che condusse la lotta contro i residui della potenza sveva in Italia e canonizzò Santa Chiara nella Cattedrale. E considerato il massimo difensore degli ordini mendicanti, specialmente dei domenicani.
Lo schiaffo
La residenza anagnina dei papi, i quali fuggivano da Roma in estate a causa della malaria imperante alle porte della Città Eterna e per l’insicurezza stessa della città, continuò per tutto il Duecento ed ebbe come corollario finale la permanenza di Bonifacio VIII, l’ultimo dei cosiddetti papi anagnini. Benedetto Caetani, assurto al trono pontificio dopo Celestino V, con il nome di Bonifacio VIII, è considerato uno dei principali protagonisti del periodo di decadenza del Medioevo. Appartenente ad una famiglia che si era progressivamente radicata nel Lazio meridionale e il cui dominio, con l’assunzione al cardinalato ed al pontificato di Benedetto, si estese in poco tempo a macchia d’olio, può a ragione essere considerato un personaggio di notevoli qualità. Canonista importante, grande uomo di chiesa, colto e fine politico, operò per ristabilire l’autonomia del pontefice (compromessa dalla sudditanza di Celestino V agli angioini) e soprattutto per ripristinare l’assoluta autorità della Chiesa.
Il conflitto con il rappresentante dell’emergente stato regio e nazionale, il re di Francia Filippo il Bello, e l’alleanza di costui con i baroni, portò al cosiddetto “schiaffo d’Anagni”, ovvero l’aggressione e la cattura di Bonifacio VIII da parte delle forze a lui avverse. L’episodio fu la conseguenza di un accordo fra i rappresentanti di Filippo il Bello, impersonati da Guglielmo di Nogaret, uno dei nuovi giuristi che teorizzavano la fine della teocrazia, i Colonna, anch’essi potenti signori feudali del Lazio, ed una serie di altri baroni, defraudati o oppressi dalla politica espansionista dei Caetani. Grazie al tradimento di Adinolfo Conti, il quale aprì le porte ai congiurati, essi penetrarono in Anagni e assaltarono i palazzi di Bonifacio, dei Caetani e dei loro fautori. Ma solo bruciando le porte della Cattedrale, e attraverso un passaggio interno, gli assalitori giunsero al Palazzo papale dove catturarono Bonifacio. La scena de ve essere stata di estrema drammaticità: il papa rivestito delle insegne pontificie assiso in trono, la massa degli armati che irrompe nel salone, l’aggressione di Sciarra contro il papa. Nogaret, successivamente, dichiarerà di non essere stato presente al misfatto, conscio dell’importanza storica e della gravità degli avvenimenti. Il papa fu liberato dagli insorti cittadini di Anagni, dopo tre giorni di prigionia nel corso dei quali rifiutò di nutrirsi. Praticamente prigioniero dell’altra grande famiglia romana, gli Orsini, intervenuti col pretesto di proteggere il papa, Bonifacio morì meno di un mese dopo a Roma.
Le conseguenze dell’episodio furono gravi sia per il papato, che fu costretto al l’esilio avignonese, sia per Anagni: la città che si era giovata della residenza quasi costante della corte papale, vide decadere i traffici che si sviluppavano attorno alla curia (emissione di bolle, conferimento di benefici riservati al papato, questioni giudiziarie e teologiche, servizi alla curia, finanze pontificie ecc.). La popolazione si ridusse rapidamente di numero mentre, all’interno della compagine sociale aumentavano i contrasti fra i cittadini, e in particolare tra le famiglie nobili che lottavano per la conquista del potere.
La decadenza fu aggravata dalla peste nera del 1348 e,dal saccheggio, nel medesimo anno, ad opera della banda guidata dall’avventuriero tedesco Guarnieri di Urslingen.
Nel corso del Trecento la città si schierò con i Caetani i quali, assente il papato, continuavano a combattere la loro guerra familiare con gli antichi nemici. Di fatto i Caetani divennero signori di Anagni e da qui condussero una spietata lotta, senza esclusione di colpi: va ricordato lo sterminio di molti loro avversari perpetrato durante un banchetto a cui erano stati invitati.
Il ruolo di Anagni fu centrale nello scisma d’Occidente: qui venne proclamata la decadenza di Urbano VI da parte dei cardinali vicini ai Caetani, ed eletto l’anti papa Clemente VII.
La fine dello scisma ed il ritorno del papato a Roma, pur ristabilendo l’autorità papale e dello stato, non comportò il risollevamento della città dalla sua profonda decadenza, che anzi si protrasse fino alla seconda metà del Cinquecento. I viaggiatori del Quattrocento e dei primi del Cinquecento, tra cui gli umanisti Flavio Biondo ed Erasmo da Rotterdam, denunciarono lo scarso numero degli abitanti, calati dai 30.000 del Duecento ai 2.500 degli inizi del XVI secolo.